lunedì 12 dicembre 2011

Perché i ricchi non piangono

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Quando si parla di far pagare i ricchi, c'è sempre qualcuno che interviene:

"Questo non risolve il problema, perché non si ricaverebbe molto; meglio lasciar perdere"

E certo! I ricchi sono così pochi che, se anche li spremiamo un po', di succo ne viene fuori poco. E allora, poverini, lasciamoli stare in pace, con i loro yacht, i loro aerei, le loro ferrari. Perché altrimenti le barche, gli aerei e le ferrari, chi se lì comprerebbe?

Invece, se prendiamo un po' di soldi ai poveri, che sono milioni, risolviamo tutti i problemi. Infatti, i problemi dei ricchi li risolviamo sicuramente.

E poi, se rompiamo le scatole ai ricchi, scappano tutti all'estero; se facciamo inbufalire i poveri, cosa possono fare? Non possono nemmeno dare le dimissioni da cittadino, perché la Costituzione non lo prevede; e poi la pensione chi gliela paga?

sabato 26 novembre 2011

Canzone a Pan

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L’iride brilla tra le chiazze impure
calando i prati dentro gabbie mute
mentre il terrore incombe del meriggio
Eccomi – Pan – di amanti senza patria
portati da catene di parole
non è più tempo più non si sdipana
il groviglio dei segni
il tormento dei sensi
Non ha più senso il rauco spumeggiare
tra le corvette il saltellio di merli
e gazze l’infinito immaginato
e il finito presente

Raggelato mi stendo in una luce
che non dà pace in una selva rude
che la tempesta ignora
nemmeno una parola
esce dalle mie labbra
Non c’è fiamma ripenso non c’è fiamma
né carta da bruciare
e anche il vento è cessato all’improvviso

Ho scoperto la ninfa
che si ammirava curva sullo stagno
perfette le sue spalle e i suoi capelli
incorniciano il tempo
chiuso e spento nel freddo della gora
che ha un chiarore di luna
ora che è ferma e più non corre l’acqua
ad avviare il mulino

Ma se il turbine torna e ricomincia
il raggrinzarsi della luce crolla
il cielo e palpitando l’emozione
riproduce l’angoscia
Il metallo riemerge da ogni stelo
e ogni fiore trasuda idrocarburi
mentre appassisce e muore
L’universo così rivive e scorre
ad ogni morte stritolando sogni
e le piccole zolle in cui si ostina
la vita a germogliare sono fumo
di un labirinto eterno

mercoledì 13 luglio 2011

Ma di quanti monti abbiamo bisogno?

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A leggere i giornali, pare che Tremonti non sia più sufficiente: infatti il poveretto, di monti, ne ha soltanto tre. E allora si fa il nome di uno che ne possiede un numero indeterminato, un certo Monti. Il problema è che gli italiani non sanno più a che santo votarsi e che, purtroppo, pensano sempre a trovare qualche santo, invece di cominciare a risolvere da soli i propri problemi.
Comunque, a qualunque insieme montano sia affidata l'economia, ci sarà finalmente qualcuno che abbia il coraggio di toglierci dalle scatole questo stramaledetto debito pubblico e che la finisca di emettere nuovi titoli di Stato?

domenica 20 febbraio 2011

Gatti al sole

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E perché non potremmo affastellarci

Soavemente come gatti al sole

Ora che il cielo si è fermato e il pianto

Più non scende dagli occhi? Astutamente


Soffochiamo i richiami a livellarci

Le discrasie tortuose della mente

Coprendo le pareti con un manto

Che più non mostri il fremito che duole


Ma un richiamo più forte all’improvviso

Come un tuono l’udito ci ferisce

E il giorno si rimescola e scatena

Emozioni e rimpianti crudamente


Sarà l’ardito volo di un sorriso

A spezzare i segreti incautamente

Diffusi e a declamarli a voce piena

Mentre il sole - anche il sole - illanguidisce


venerdì 24 dicembre 2010

Gente di Natale

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Milano, via De Marchi: ho appena pagato l’ICI. Devo rientrare in ufficio, anche se non ne ho nessuna voglia; mi sento inutile e fuori posto, estraneo a questa vita, ma senza desiderare nemmeno più una vita diversa.
Faccio fatica a vedere, non ho più la vista di una volta, ma mi pare di scorgere che il cielo è quello azzurro, manzoniano, con qualche sbuffo di nuvole; l’aria è chiara e maledettamente fredda. La chiesa protestante sembra quasi abbandonata: le aiuole là intorno intristiscono, punteggiate di ortensie secche e di alberelli spogli, squallidamente invernali e molto poco natalizi. Al 9 resiste il rampicante radicato nel marciapiede, protetto da una ringhiera metallica.
Tutti camminano, racchiusi nei piumini e avviluppati da sciarpe di lana.
Attraverso via Fatebenefratelli ed entro in via dell’Annunciata. Palazzi con decorazioni liberty si mischiano a facciate razionaliste, come in via Turati, di un razionalismo levigato ed essenziale, non piacentini ano, con le pietre che sembrano aliossi translucidi scagliati nel cielo.
Altre due ore in ufficio, poi finalmente il mio solito percorso verso casa, camminando a passo veloce, ma senza sapere perché.
Via Brera: cammino sul granito, pietra dopo pietra; un uomo suona il violino. Lo vedo per un attimo: non è giovanissimo, forse quarant’anni, faccia da professore d’orchestra; ha in testa un berretto e suona discretamente. Via Ciovasso, stradina conosciuta e percorsa solo dai milanesi, che porta in via dell’Orso, tappetini rossi natalizi davanti alle botteghe. Poi le immagini si susseguono, si intersecano, appena sbirciate dai miei occhi che lacrimano un po’, per il freddo. Nella strada principale un uomo cammina in fretta con addosso solo giacca, camicia e cravatta. Noto di sguincio una signora che porta in giro un bassotto. Più avanti un gruppetto di persone, rigorosamente imbacuccate. Uno del gruppo dice: “Qui è ancora a misura d’uomo”. Il nero inserviente dal camice bianco che pulisce i vetri all’interno del ristorante-pescheria, con un viso da New Orleans. Poi in metrò una ragazza orientale dagli occhi marrone scuro e dal viso tondo.
Entra un ragazzo con altri due, aspetto semipunk e camicia a maniche corte, totalmente fuori stagione… All’uscita un vecchio alto e robusto, con una folta barba bianca e un cappottone di camoscio o renna, trascina una grossa valigia: sembra un uomo del nord venuto a svernare qui da noi. Che sia lui Babbo Natale?

sabato 5 giugno 2010

La corda

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La corda laterale non sorprende

È garanzia di sale e di sicuro

Avanzare o arretrare nella bolgia

Animata dei cambi non c’è storia

Che si possa falciare avidamente

La terra beve i suoni di torpore

Che addolciscono il fiele incautamente

Il flauto ci ossessiona e ci travolge

L’orrore immacolato dell’assurdo


Non possiamo fuggire se il ventaglio

Dei sensi ci trafigge sconosciuti

A noi stessi e alla ruota dei tormenti

Che il brumoso volere ci destina

Solo la nebbia forse ci protegge

E consente il sorriso senza foglie

Avvolgenti e radici quotidiane

Che sostengono pergole nel buio

Che nemmeno una torcia sa scalfire


Come crollano i sogni e le parole

Illusorie ed incerte! Come il bruco

Veleggia sulla foglia che divora!

Non abbiamo speranze questo mondo

S’inabissa e si perde mentre il sole

Si è risvegliato e brucia ed ogni raggio

Trafigge i miti e sgrana gli universi

Fuggiamo allora e la caverna ancora

Si riempirà di suoni e di sudore


L’illusione di vivere si piega

All’illusione del lavoro al cieco

Camminare di mandrie all’artifizio

Di chi vende impalpabili speranze

Inadeguati troppo inadeguati

Cerchiamo segni e trasmettiamo incanti

Con le parole inutili le tracce

Di ogni vana sapienza i cerchi azzurri

Che l’acqua per un attimo conserva


sabato 13 febbraio 2010

First white flowers came

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First white flowers came
All around all around the river
And then the river sang “you’re mine”
He sang directly into my brain


And I belong to him
And all the little things
fell into nothingness


Prima vennero fiori bianchi lungo le rive del fiume e tutt’attorno all’acqua
Poi il fiume cominciò a cantare direttamente nel mio cervello anzi ero io che cantavo il suo canto

Tu mi appartieni diceva mi appartieni
è l’anima del mondo che richiama
le sue creature dolci emanazioni
dell’infinito et unico universo

E allora i miei piedi si fecero ciottoli le mie mani pagaie che mi aiutavano a traghettare il mio pensare al di là del tempo fuori dall’illusione ingegnosamente elaborata e finemente assecondata
ombre liquide velavano gli occhi e inventavano nebbie
la superficie che il vento increspava e il mio corpo incideva non raccoglieva la luce ma strani riflessi e brillii replicati nell’aria

Né sorrisi né pianti
nella notte soave e melodiosa
occhi grandi nell’acqua che riveste
il battito del tempo

Così tutto ritornava in una levità indifferente e incolore
anche il profumo si perdeva indeciso nell’infinità del silenzio
quasi polvere d’aria

Come diventa tenue
il placato penare
con il bianco e sottile
disperdersi nel tempo

Rinunciare al dolore all’insostenibile fardello di una realtà inverosimile eppure coinvolgente con la sua laboriosa apparenza di verità sensibile che rende l’inganno e solo l’inganno il solo valore la sola ricchezza…

Then bright waves came
All around all around my body
And the river sang “you’re mine”
He sang directly into my brain



E il fiume divenne mare e le onde divennero immateriale sognante incertezza che assedia e pervade che appare e scompare come tutto finisce e ritorna inutilmente
inutilmente
Al di là del tempo




gennaio-febbraio 2010